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70 DEMENTIA FRIENDLY COMMUNITY IN ITALIA: UN TRAGUARDO CHE PARLA DI CAMBIAMENTO

Con l’ingresso di Sassoferrato (AN) nella rete nazionale, l’Italia raggiunge un nuovo e significativo traguardo: 70 Dementia Friendly Community attive sul territorio.

Per raccontare cosa significa questo risultato e quale percorso lo ha reso possibile, abbiamo intervistato Simona Mascellaro, responsabile del progetto Dementia Friendly Community di Federazione Alzheimer Italia, che da anni accompagna territori, istituzioni e cittadini nella costruzione di comunità più accoglienti e inclusive.

70 DFC: cosa significa per te questo traguardo?

«È sicuramente un indicatore importante di cambiamento. Mi viene da pensare -oltre che da sperare- che la nostra società stia, piano piano, diventando più responsabile verso le persone con demenza. Arrivare a 70 Comunità significa che sempre più territori scelgono di non voltarsi dall’altra parte, ma di mettersi in gioco, formarsi, costruire reti. È un segnale concreto di attenzione che si trasforma in azione.»

Se dovessi spiegare in una frase cos’è una Dementia Friendly Community a chi non ne ha mai sentito parlare, cosa diresti?

«Una Dementia Friendly Community è una comunità in cui una persona con demenza e la propria famiglia possono continuare a vivere serenamente all’interno del proprio territorio. Nel senso più profondo dell’essere comunità: non lasciare indietro nessuno.

La differenza la fa proprio questo: la consapevolezza collettiva. Non si tratta solo di servizi, ma di relazioni, di persone che sanno riconoscere una difficoltà e sanno come intervenire.»

In questi anni, qual è il cambiamento più significativo che hai osservato?

«La determinazione delle persone che ci contattano per chiedere informazioni sul progetto e che poi riescono davvero ad avviarlo nei loro territori. C’è qualcosa che sta cambiando nell’approccio alla partecipazione e nella capacità di portare avanti iniziative condivise.

Sempre più spesso incontriamo amministratori, operatori, volontari e cittadini che credono nel progetto e si impegnano con costanza per renderlo concreto. »

Qual è la sfida più grande quando si costruisce una Comunità a misura di persona con demenza?

«La sfida più grande resta abbattere lo stigma e la paura che ancora accompagnano la diagnosi di demenza.

C’è ancora molta strada da fare sul piano culturale. Per questo servono formazione, informazione corretta e continuità. Una DFC non nasce in un giorno: è un processo che richiede impegno nel tempo, collaborazione tra attori diversi e la volontà di costruire cambiamenti reali, non solo simbolici.»

Guardando avanti: quale futuro immagini per la rete delle DFC in Italia?

«Immagino una rete sempre più fitta e arricchita da nuove realtà. Non solo “la singola comunità”, ma tanti altri soggetti che scelgono di diventare Amici delle persone con demenza, come gli ospedali. Penso a reti territoriali sempre più integrate. Perché l’obiettivo è creare un ecosistema diffuso, in cui l’inclusione diventi normalità.»

In questi anni dentro il progetto DFC, c’è stato un momento che ti ha fatto pensare: «Ecco, è per questo che lo facciamo»?

«Qualche tempo fa, un turista francese sbarcato a Bari durante una crociera si è perso. Un vigile urbano che aveva seguito il corso di formazione della DFC ha saputo riconoscere la sua difficoltà ed è riuscito a riportarlo tra i suoi familiari.

Sono episodi come questo che raccontano il senso profondo del progetto: formazione che diventa competenza concreta, attenzione che diventa tutela. »

E ora la domanda più attesa: quest’anno celebreremo anche i 10 anni del progetto DFC. Cosa dobbiamo aspettarci?

«Per prima cosa ci teniamo a restituire l’impatto, misurato, che il progetto è riuscito a generare in questi primi dieci anni.

Ma non mancherà anche un bel momento di ritrovo tutti insieme e di festa. Dieci anni sono un traguardo importante: è giusto celebrarlo con chi ha reso possibile questo percorso.»