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FRAGILITÀ E ALZHEIMER: COSA CI DICE UNO STUDIO SVEDESE SUL FUTURO DELLE PERSONE CON DEMENZA
Negli ultimi anni la fragilità è diventata una parola chiave nella geriatria e nella neurologia. Indica una condizione in cui l’organismo perde progressivamente “riserva” e capacità di reagire agli eventi avversi, con maggiore rischio di ricoveri, istituzionalizzazione e morte. La fragilità è frequente tra le persone con demenza e può influenzare in modo rilevante la loro traiettoria di vita. Tuttavia, finora mancavano grandi studi che esaminassero il ruolo della fragilità in persone con malattia di Alzheimer confermata da biomarcatori, cioè in una fase in cui non ci sono più dubbi sulla diagnosi biologica.
Un nuovo studio pubblicato su The Lancet Healthy Longevity ha analizzato questo tema su migliaia di persone seguite nella pratica clinica di un intero Paese. L’obiettivo era capire se, e in che misura, la fragilità aiuta a prevedere l’andamento della malattia di Alzheimer, il rischio di istituzionalizzazione e la sopravvivenza, in una popolazione con diagnosi supportata dai biomarcatori nel liquido cerebrospinale.
LO STUDIO SVEDESE SU BIOMARCATORI E FRAGILITÀ
Lo studio è stato condotto utilizzando il registro svedese delle demenze (SveDem), collegato ad altri registri sanitari nazionali. Sono state incluse 7.251 persone con diagnosi di lieve compromissione cognitiva o demenza di Alzheimer, tutte con profilo biologico compatibile con la malattia (in base al rapporto tra amiloide e proteina tau nel liquido cerebrospinale). Al momento della diagnosi nessuna persona viveva già in una struttura residenziale e tutte avevano almeno una valutazione cognitiva con il Mini-Mental State Examination (MMSE). L’età media era di circa 73 anni e la maggior parte delle persone aveva una diagnosi di demenza di Alzheimer a esordio dopo i 65 anni.
COME È STATA MISURATA LA FRAGILITÀ
La fragilità è stata misurata con un “frailty index” composto da 41 elementi, ricavati dai registri: malattie croniche come ipertensione, cardiopatie, diabete, depressione, patologie renali e polmonari; segni e sintomi ricorrenti; uso di molti farmaci contemporaneamente; stato nutrizionale (sottopeso o obesità); necessità di assistenza domiciliare o supporto abitativo come indicatori indiretti di dipendenza nelle attività di base e strumentali della vita quotidiana. Per ogni persona è stata calcolata una proporzione di “deficit” presenti rispetto ai 41 possibili, e chi superava una certa soglia (0,25) è stato considerato “fragile”.
Complessivamente la prevalenza di fragilità, secondo questo indice, è risultata relativamente bassa: poco più del 5% del campione. Le persone con fragilità erano in media più anziane, avevano un punteggio leggermente più basso al MMSE al momento della diagnosi e utilizzavano meno frequentemente alcune terapie sintomatiche per la demenza, come gli inibitori delle colinesterasi. La maggior parte delle persone aveva in media due valutazioni MMSE nel tempo e un follow-up di circa quattro anni e mezzo.
COSA HA MOSTRATO LO STUDIO
Gli autori si sono concentrati su tre esiti principali: andamento della funzione cognitiva, istituzionalizzazione e mortalità. Dal punto di vista cognitivo, la fragilità è risultata associata a un livello leggermente più basso di MMSE al momento della diagnosi, ma non a un declino più rapido nel corso del follow-up. In altre parole, le persone fragili “partivano” da una condizione cognitiva un po’ più compromessa, ma la velocità con cui il punteggio peggiorava nel tempo era simile a quella delle persone non fragili. I biomarcatori nel liquido cerebrospinale – concentrazioni di amiloide, tau fosforilata e tau totale – rimanevano invece predittori forti della velocità di declino cognitivo, indipendentemente dallo stato di fragilità. La fragilità, inoltre, non modificava il legame tra questi biomarcatori e l’andamento della funzione cognitiva: il peso della patologia di Alzheimer sul declino restava sostanzialmente sovrapponibile nei diversi livelli di fragilità.
Risultati molto più marcati sono emersi sugli esiti “di vita reale”. Le persone con fragilità avevano un rischio quasi doppio di essere istituzionalizzate rispetto a quelle non fragili, anche tenendo conto dell’andamento cognitivo nel tempo. Avevano inoltre un rischio di morte più che raddoppiato. In termini di anni di vita, la fragilità si associava a una riduzione media di circa 1,3 anni della sopravvivenza complessiva e a circa un anno in meno di vita trascorsa fuori da strutture residenziali. In un contesto in cui l’aspettativa di vita dopo una diagnosi di demenza si misura spesso in pochi anni, queste differenze rappresentano una quota rilevante del tempo rimanente.
COME INTERPRETARE QUESTI RISULTATI
Questi risultati suggeriscono che, nelle persone con una diagnosi di malattia di Alzheimer la fragilità non è il principale motore della perdita di memoria e delle altre funzioni cognitive, la quale rimane invece guidata soprattutto dalla patologia di Alzheimer documentata dai biomarcatori. La fragilità appare però come un indicatore importante di vulnerabilità globale, capace di anticipare eventi come l’ingresso in struttura e la morte. In altri termini, i biomarcatori aiutano a capire “come evolverà la malattia”, mentre la fragilità aiuta a capire “quanto è fragile il terreno” su cui quella malattia si innesta.
Dal punto di vista della pratica clinica e della sanità pubblica, questo studio rafforza l’idea che la valutazione della fragilità debba entrare stabilmente nel percorso diagnostico e assistenziale delle persone con declino cognitivo: conoscere lo stato di fragilità può aiutare a personalizzare le decisioni terapeutiche, in particolare quando si considerano trattamenti più complessi o ad alto rischio di effetti indesiderati. Può essere inoltre utile per pianificare il livello di supporto necessario a casa, il momento giusto per coinvolgere i servizi sociali, il tipo di sostegno ai caregiver e i tempi della pianificazione anticipata delle cure, delle decisioni legali e degli aspetti economici.
MESSAGGIO FINALE
Il lavoro offre un messaggio pragmatico: la fragilità è un tassello essenziale per comprendere la prognosi delle persone con Alzheimer, soprattutto rispetto al rischio di istituzionalizzazione e alla sopravvivenza. Per chi vive con la demenza, per chi se ne prende cura e per chi progetta servizi e politiche, integrare la valutazione della fragilità significa avvicinarsi a una cura davvero personalizzata, che tenga insieme biologia della malattia, vulnerabilità globale e obiettivi di vita delle persone.
Fonte | https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41421376/
A cura di: Simone Salemme