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QUANTI PASSI SERVONO PER PROTEGGERE IL CERVELLO? COSA CI DICE UN NUOVO STUDIO SULLA MALATTIA DI ALZHEIMER
Negli ultimi anni numerose ricerche hanno mostrato che la demenza non è un destino del tutto inevitabile. Alcuni fattori di rischio, come pressione alta, diabete, isolamento sociale e sedentarietà, possono essere modificati nel corso della vita. Rimane però una domanda cruciale, soprattutto in un’epoca in cui si parla molto di diagnosi precoce e biomarcatori: l’attività fisica può influenzare il decorso biologico della malattia di Alzheimer ancora prima che compaiano i sintomi?
Un recente studio pubblicato su Nature Medicine ha esplorato questa domanda concentrandosi su un indicatore semplice e misurabile, legato alla vita quotidiana: il numero di passi compiuti ogni giorno.
COME E’ STATO CONDOTTO LO STUDIO E CHI VI HA PARTECIPATO
Lo studio ha coinvolto 296 persone anziane senza problemi evidenti di memoria all’inizio del follow-up. I partecipanti hanno eseguito esami approfonditi, tra cui una PET per valutare la quantità di proteina β-amiloide nel cervello e una PET per studiare la distribuzione della proteina tau. Si tratta di due biomarcatori centrali nella malattia di Alzheimer: l’accumulo di amiloide rappresenta una fase iniziale della malattia, mentre la diffusione della tau è strettamente legata al peggioramento della memoria e delle funzioni quotidiane.
L’attività fisica è stata misurata in modo oggettivo, tramite un contapassi indossato per una settimana, che ha permesso di calcolare per ogni partecipante il numero medio di passi giornalieri. Le persone sono state seguite nel tempo con valutazioni annuali delle funzioni cognitive e della capacità di svolgere le attività della vita di tutti i giorni, per un periodo che in molti casi ha superato i nove anni.
PASSI QUOTIDIANI, AMILOIDE, TAU: COSA EMERGE DAI RISULTATI
I risultati possono essere sintetizzati in tre punti. Il primo riguarda il rapporto tra movimento e andamento delle funzioni cognitive. Nelle persone con quantità elevate di amiloide nel cervello, chi svolgeva più attività fisica presentava un declino più lento della memoria e delle capacità funzionali rispetto a chi conduceva una vita più sedentaria. In una fase molto precoce della malattia, quindi, il livello di movimento quotidiano risulta associato a una traiettoria clinica più favorevole, anche in presenza di biomarcatori già alterati.
Il secondo risultato riguarda la proteina tau. In questo studio l’attività fisica non sembrava ridurre nel tempo la quantità di amiloide. L’effetto principale si osservava sulla progressione della tau in una regione specifica del cervello, la corteccia temporale inferiore, coinvolta precocemente nella malattia di Alzheimer. Le persone più attive mostravano una diffusione più lenta della tau in quest’area, e questa minore progressione era collegata a un declino cognitivo più lento. Il movimento quotidiano potrebbe quindi interferire con il passaggio in cui la malattia, da semplice accumulo di amiloide, si accompagna a danno neurale e perdita di funzioni attraverso la tau.
Il terzo elemento riguarda la quantità di attività fisica associata a questi benefici. Analizzando il rapporto tra numero di passi e andamento delle funzioni nel tempo, i ricercatori hanno osservato che il cambiamento più rilevante si concentra nel passaggio dalla quasi inattività a livelli bassi o moderati di movimento. Chi compiva meno di circa 3.000 passi al giorno si trovava in una condizione di sedentarietà marcata. Un aumento fino a una fascia compresa, in media, tra 3.000 e 7.500 passi era associato a un rallentamento significativo del declino. Oltre questa soglia i benefici tendevano a stabilizzarsi, suggerendo un possibile effetto soglia.
IMPLICAZIONI PER LE PERSONE, I SERVIZI E LA SANITÀ PUBBLICA
Dal punto di vista delle persone con disturbi cognitivi, delle persone con demenza e dei loro caregiver, questo studio suggerisce che l’attività fisica possa essere considerata una componente della cura, soprattutto nelle fasi iniziali del percorso. Ridurre la sedentarietà non implica necessariamente iscriversi a programmi sportivi intensi o perseguire obiettivi difficili da mantenere. Significa piuttosto integrare più movimento nella vita quotidiana, tenendo conto dei limiti fisici, delle paure e della storia di ciascuno. Per alcune persone può trattarsi di camminate regolari accompagnate da un familiare, per altre di ginnastica dolce in un centro diurno o in un gruppo di fisioterapia, per altre ancora di piccoli cambiamenti come aumentare i passi in casa, interrompere i lunghi periodi seduti e, quando possibile, preferire brevi tragitti a piedi.
Lo studio ha implicazioni anche per i servizi sanitari e sociali. Se l’attività fisica è un fattore modificabile in grado di influenzare non solo il benessere generale ma anche traiettorie biologiche legate al morbo di Alzheimer, i percorsi di presa in carico dovrebbero integrare in modo più sistematico programmi di promozione del movimento. Ciò richiede collaborazione tra diverse figure professionali – neurologi, geriatri, fisiatri, fisioterapisti, educatori motori, psicologi – e un ruolo attivo delle associazioni di pazienti. Richiede inoltre spazi adeguati, percorsi accessibili, sostegno ai caregiver e politiche locali che rendano i quartieri più vivibili per le persone anziane e per le persone con demenza.
Riferimento scientifico
Yau, WY.W., Kirn, D.R., Rabin, J.S. et al. Physical activity as a modifiable risk factor in preclinical Alzheimer’s disease. Nat Med (2025). https://doi.org/10.1038/s41591-025-03955-6
A cura di: Simone Salemme