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DODICI ORE



Suona la sveglia. Marco si alza, chiama Emma, nostra figlia. Abbiamo i minuti contati. Guardo il Tg5 in attesa del mio turno per il bagno. Marco porta fuori Megan, la nostra cagnona, Emma prepara il caffè.
Ci sediamo al tavolo della cucina, due fette biscottate intinte nella nera e fumante miscela,due biscotti al cane, uno sguardo rapido alla posta elettronica e siamo tutti pronti per uscire.
L’auto, la lotta per il parcheggio.Ci sarà la fiera o no? Cerco le righe blu, non ho il pass e rischio la multa. Pazienza.
Lascio Emma al lavoro, rientro e rassetto la casa. Forse sarà una giornata normale. Ho imparato che con un padre ammalato di Alzheimer nessuna giornata può essere normale, ma ci spero ugualmente.
Una scampanellata fa abbaiare Megan. Mio padre mi si para davanti, vuole uscire. Sono solo le nove e mia madre non controlla più il suo iperattivismo. Non può uscire da solo.
Riesco a farlo tornare di sopra. Due minuti dopo si ripete esattamente la stessa scena e la mia angoscia cresce, mi dico che questa malattia ha travolto le nostre vite.
Alle dieci i miei genitori escono per fare un po’di spesa ai negozietti del QT8, il nostro quartiere da sempre.
Davanti all’unica stecca di negozi hanno giocato e sono cresciuti i miei figli e ora lo stesso luogo protegge la vecchiaia dei miei genitori.
Il quartiere è pieno di anziani, brava gente che si conosce da una vita. La malattia di mio padre è certamente nota ai più. Superato il primo imbarazzo per il mostro chiamato Alzheimer, molti di loro cercano di essere amichevoli con lui e non si stupiscono più se dice di aver giocato con Gullit. La loro umanità contribuisce a fare di questo luogo l’unico in cui vorrei vivere.
Porto Megan sulla Montagnetta, cammino per i bellissimi viali, i colori della primavera mi fanno compagnia, le corse di Megan mi mettono di buonumore, chiacchiero con gli altri padroni di cani e dimentico i miei problemi. Penso che la felicità non è mai troppo lontana da noi, anche oggi l’ho trovata.
La ricreazione è finita, rientro a casa. Mia madre mi racconta puntigliosamente i peggioramenti della malattia. Non ricorda che questo povero vecchio è mio padre e che io ne soffro già la perdita. Minimizzo:“Mamma,lascia perdere, il papà è malato,”. La sua risposta è sempre:“Dovresti provare tu”. Vorrei gridarle in faccia che sono piena di dolore anch’io, ma le faccio solo una carezza.
Mi metto al computer per sbrigare un po’ di lavoro.Il tempo passa in fretta, devo ri-uscire per recuperare Emma. Percorro nuovamente la circonvallazione, “la strada più brutta del mondo” a detta di mio nipote ed è subito pomeriggio.
Mio padre si perde in ascensore, o recupero seguendo il percorso luminoso della cabina. Mi dice che vorrebbe che noi si andasse con lui a giocare a pallone. Per fortuna arriva Raul,il filippino. Escono insieme, li vedo allontanarsi e mi si stringe il cuore. Il pallone rimbalza sul marciapiede e loro sembrano due ragazzi felici. So che si fermano davanti alla chiesa, in un gran prato a fare qualche tiro. Forse mio padre ricorda di aver giocato nel Milan o forse No. Ma certo si diverte come un bambino.
Il pomeriggio Emma ed io ci concediamo un caffè in pasticceria. Megan viene sempre con noi, i suoi sono 50 chili di amore prezioso. Al rientro a casa troviamo Marco, una mezz'ora per parlarci e mio padre scende nuovamente per chiedere di essere invitato a cena. La cosa si ripete ormai tutte le sere e non abbiamo più risposte.
Più tardi mi raggomitolo sul divano in cerca di protezione. Megan mi lecca le mani, Emma legge, Marco è al computer.
Dormire? Per me è diventato difficile, ma ci provo.

Manuela Valletti


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